A Rutta ri Ron Carmelu: ricordi di una Sicilia che si arrangia, ma resta viva

Maglioncino a righe, pantaloni beige e un berretto nero con la scritta “Adidas” che nasconde il bianco dei suoi capelli. Intorno al collo uno sciarpotto verde per proteggersi dalle basse temperature di una domenica pomeriggio di febbraio: Ron Carmelu ci si para davanti così, in un primo incontro che difficilmente riusciremo a dimenticare.

Siamo a Scicli, fa freddo ma è una di quelle giornate che ha un po’ le stesse luci della primavera. Ci siamo lasciati alle spalle i mandorli fioriti della provinciale, la Via Mormino Penna del Commissariato di Montalbano e la Chiesa di San Bartolomeo, solenne.

Saliamo su per i vicoletti che conducono a Chiafura, l’antico quartiere scavato nella roccia. Siamo qui per lui, perché questo famoso Ron Carmelu vogliamo conoscerlo da tanto, ci ha sempre incuriosito la sua storia, la storia di un uomo che conserva nella sua mente, nel suo cuore e nella sua grotta mille ricordi. E il fatto che sia disposto a condividerli è un’irripetibile fortuna.

Carmelo Raimondo, 70 anni, dal 2005 mostra ai visitatori la grotta in cui – tra la fine del 1800 e la prima metà del 1900 –  abitava il suo omonimo nonno insieme alla moglie e ai suoi sei figli.

«In otto abitavano qua dentro. Estate e inverno la temperatura era costante e tutto quello di cui avevano bisogno si trovava proprio in questa stanza di pochi metri quadri».

Inizia così il suo racconto, custode di ricordi di una Scicli che non esiste più ma che rivive ancora in quello che adesso è il Parco Archeologico di Chiafura, purtroppo non ancora del tutto visitabile. Moltissimo infatti c’è ancora da fare per mettere in sicurezza il sito e per renderlo fruibile, per concedere ai visitatori di vedere la struttura di queste case in cui ancora sopravvivono addirittura forni  a pietra vecchi di un secolo.

Un tempo erano abitate da più di 2mila persone ma via via la gente iniziò a spostarsi in paese. Fino al 1960 però  in questi antri ricavati nel calcare abitavano dalle 800 alle 900 persone alle quali fu però poi imposto di abbandonare le grotte per trasferirsi in alcune case popolari.

«Quando entrarono per la prima volta nelle loro nuove case, alcune con tre stanze, non capivano a cosa potesse servire tutto quello spazio. Loro che, anche in dieci – ci spiega in dialetto – erano abituati a condividere spazi ridotti. Pensate che quando videro la vasca da bagno si dissero “Talè, c’è macari l’abbiviraturi po’ sceccu”».

Per indicarci quel che conserva nella sua preziosa grotta-museo, Ron Carmelu usa un sottile bastone di legno. Gli occhi seguono la punta della bacchetta e si posano su utensili, mobili, giochi, foto e materiali che si portano addosso storie di una Sicilia che si arrangia, ma resta viva.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Per ognuno di questi tesori il signor Carmelo ha un aneddoto da raccontare: il tiralatte, il vaso da notte, la culla, il letto imbottito di paglia che le mamme con un grosso legno “cunzavano”  quando diventava troppo duro, le zucche svuotate e trasformate in contenitori per olive, i panari, le stoviglie, un rudimentale arcolaio, i giochi in legno con cui i piccoli si divertivano e mille altri oggetti introvabili e rarissimi.

Da quasi 15 anni Ron Carmelu li colleziona: infatti, ci racconta, quando il nonno morì, lasciò tutto a figli e nipoti che però nel frattempo avevano abbandonato le grotte. I ladri portarono via tutto quello che era rimasto e il peso degli anni ha fatto il resto.

Quando però nel 2005 qualcosa iniziò a muoversi per realizzare il parco museo del Colle di San Matteo e delle Grotte di Chiafura – oggi tuttavia in un inaccettabile stato di abbandono – Don Carmelo decise di riaprire la grotta che aveva ereditato, di sistemarla e di riprodurre fedelmente le condizioni di vita degli abitanti di Chiafura. Così, visto che non era rimasto più nulla, pazientemente iniziò a ricercare, collezionare e a costruire lui stesso tutto quello che occorreva perché tutto fosse come davvero era. E mettendo piede nella grotta si ha davvero la sensazione di fare, in un istante, un salto indietro nel tempo.

Ma non solo. Don Carmelo, oggi fine artigiano, ha fatto di più: una parte della grotta era all’epoca destinata all’asino e alle galline. Lì adesso c’è uno splendido presepe, solo le statuette sono quelle di Caltagirone. Tutto il resto è stato realizzato a mano con l’aiuto del figlio. Le tegole, gli strumenti musicali dello zampognaro, i piccoli mobili all’interno delle casette e le stesse casette.

Infine, in una seconda piccola grotta proprio accanto a quella principale, Don Carmelo vi mostrerà tutte le sue creazioni artigianali e un’altra incredibile collezione di oggetti utilizzati da persone che oggi, probabilmente, avrebbero cent’anni: i contenitori che servivano da unità di misura per dividere il raccolto o i legumi, giare, botti, setacci, biciclette, antichi attrezzi di antichi mestieri, persino uno dei primi gabinetti, “la comoda” si chiamava.

Si potrebbe davvero fare una lista interminabile di quello che queste grotte custodiscono, una lista interminabile che acquista significato e valore perché raccontata da lui. Da siciliana non posso che essere orgogliosa di aver conosciuto Ron Carmelu: magari non avrà le competenze di una guida turistica specializzata, non sarà in grado di parlare in inglese coi turisti, ma è il suo modo di rievocare aneddoti e vicende che è impagabile, è la sua dedizione che è preziosa. È il tempo che ha dedicato a questo posto, è  il valore culturale della sua grotta che è inestimabile.

Andate a trovarlo Don Carmelo: né queste foto, né questo racconto potranno mai regalarvi l’emozione di trovarsi lì, dentro un pezzo di storia insieme a lui.

 

Foto di Gianni Licitra – Tutti i diritti riservati ©

 

Rispondi