Peppino

Mi chiamo Peppino, faccio il compleanno il 5 gennaio e sono coraggioso. Ero così impaziente di esistere che il mio primo urlo di vita pare abbia messo a dura prova i timpani dell’ostetrica che si premurò svelta di abbandonarmi alle tette di mamma.

Papà, che ha sempre una penna in tasca, aveva già calcolato e previsto che sarei venuto al mondo lo stesso giorno in cui tanti anni fa era nato un altro Peppino, quello che aveva gridato che la mafia è una montagna di merda. E anche se le parolacce non si dicono, papà stavolta mi ha dato il permesso perché – mi ha confidato – tutte le cose vanno chiamate con il loro nome.

“Tu, ad esempio, ti chiami Peppino perché devi crescere con le sue idee nella testa e il suo coraggio nel cuore”. Così quando la maestra insiste a chiamarmi Giuseppe io la correggo: “Mi chiamo Peppino io, PE-PPI-NO!”. E lei prima diventa rossa, poi esplode come una miccetta a Capodanno. Ma è quello il mio nome, così mi deve chiamare.

Anche Giancarlo, Mauro, Lino e Vannino mi chiamano Peppino: accompagnano me a scuola, mamma a fare la spesa e papà a lavoro. Pure quando siamo andati a comprare le luci per l’albero di Natale erano con noi, stavano là fuori ad aspettarci.

– “Perché vengono sempre con noi?”
– “Papà ha scritto la verità su delle persone cattive. Ci proteggono da loro, sono come degli angeli custodi”.
– “Ma non c’è bisogno! Io non ho paura. Io sono Peppino e vivo con il coraggio nel cuore. Diglielo che possono andare a casa”.

Mamma ha sorriso, invece i suoi occhi luccicavano come quelle vecchie bomboniere di cristallo conservate in salotto. Ma io sono Peppino, ho 10 anni, vivo a Palermo e finalmente ho capito: da grande voglio essere ancora più coraggioso, coraggioso almeno come il mio papà.

Fotografia di Letizia Battaglia scattata negli anni '80 a Palermo.
Museo della Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo

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