Caurare e cavagne: come si preparava la ricotta una volta

Nella foto in evidenza:
"Preparazione della ricotta nelle campagne intorno a Palermo (1980)"
Tratta da Cefalù e le Madonie edita da Plurigraf Narni-Terni.

All’epoca non potevo ancora rendermene conto, ma ero una bambina fortunatissima perché potevo assistere non sempre, ma quasi, a una magia.

In campagna, dal papà del mio papà, c’era uno stanzone. Lo ricordo buio e con delle salsicce appese qua e lá, ad essiccare. L’unica luce che vedevo era quella che veniva da sotto una “caurara“, un enorme pentolone dove il nonno preparava la ricotta mentre fuori noi giocavamo a Ria.

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Io andavo spesso a curiosare e nella mia mente ho quest‘immagine di lui, girato di spalle che paziente aspetta e mescola, mescola e aspetta.

Lí accanto c’erano anche questi bellissimi recipienti di piccole e medie dimensioni, realizzati in legno o in canna: dopo tanta attesa “a’ ricotta accianava” e lui li riempiva. Poi la mangiavamo tutti insieme: col pane di casa era la morte sua.

Cose tipo le “cavagne” oggi non sono affatto solo cose. Per me rappresentano un ricordo d’infanzia, ma sono anche il simbolo di una tradizione siciliana antica e rara che rimanda a quel modo casareccio e genuino di trattare le materie prime. Credo davvero che non ci sia rito più magico di questo.

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