Dietro una calamita

Il nuovo anno era iniziato in modo un po’ strano. Babbo Natale era stato di parola e si era portato via tanta roba sulla sua slitta e adesso, che non si sentiva né troppo ottimista, né troppo disperato, gli toccava trovare la buona volontà per riempire gli scaffali rimasti vuoti.

“Marco Turani non hai più scuse adesso” si ripeteva fra sé e sé mentre sorseggiava una birra, sdraiato sul divano.  Aveva addosso quei suoi nuovi calzini con gli ombrellini, quelli che la zia Pina gli aveva regalato la notte di Natale. Questa volta, dentro quel sacchetto di un negozio sempre uguale del centro, aveva trovato anche un pigiama di pile che andava bene per l’Antartico: “Chisti sù cosi ‘ca si sfruttuno, te l’ho preso di due misure più grandi, accussì macari ca crisci…” gli aveva detto quella notte.  Marco si era fatto una risata e l’aveva abbracciata forte, come ogni anno. Era come se gli conferissero qualche specie di superpotere e, con addosso quelli, ora provava a capire cosa fare della sua vita. Diede un sorso alla sua Peroni che stava per finire e iniziò a riordinare i pensieri.

“Bene, ricapitolando:  non ho più un capo che mi urla contro la mattina senza motivo, sono ritornato a coltivare le mie passioni, ho ripreso la mia macchina fotografica, quella che mi hanno regalato per la laurea, sono andato alla diga di Santa Rosalia a raccogliere le conchiglie di fiume giganti che tanto mi piacciono e ho preso il caffè con i vecchi amici del liceo, che poi sono quelli veri. Ah, e sono persino riuscito a farmi più di una doccia per il puro e ancestrale piacere di rilassarmi. Senza la fretta di uscire, senza dovermi cronometrare”.

Eppure Marco sentiva che ancora mancava qualcosa, che Babbo Natale non aveva lasciato tutti quegli scaffali vuoti perché prendessero polvere. La lista dei buoni propositi per l’anno nuovo non l’aveva neanche iniziata: “Stavolta no”, si era ripromesso. Perché era uno di quelli che poi attaccava l’elenco al frigorifero con una calamita, ma la calamita era troppo grande, ne copriva metà e finiva per restare appesa lì, dietro un magnete responsabile di occultare tutti  i progetti, le idee e gli obiettivi da raggiungere entro i dodici mesi successivi.

Era una bella scusa per rimandare: quella calamita lo riportava a tutti i soliti “inizio da lunedì”, agli immancabili “ormai dopo le feste” e agli inevitabili “poi lo faccio”. Marco aveva quindi deciso di dire basta alle liste dei buoni propositi facendo l’unica cosa che gli era sembrata ragionevole:  non fare più buoni propositi. Voleva vivere alla giornata, svegliarsi presto, andare a lavoro, farsi lunghe docce bollenti, uscire con i suoi amici.

Un giorno però, mentre tornava a casa, si era sentito solo. Aveva scongelato una fettina di carne per cena e si era impegnato a condire quell’insalata in busta a 99 centesimi, senza amuri nè sapuri, come diceva suo nonno. Il nonno Pippino che prometteva alla sua donna, quella di sempre, quella per sempre,  una casa piena di bimbi e le sussurrava all’orecchio: “Basta ca’ se nasci fimmineda a’ ciamamu Marina”. Lui lo amava il mare. E anche ora che le sue ossa cigolavano sotto il peso degli anni, nei solchi del suo viso rimaneva un inconfondibile piglio di emigrante, quel coraggio semplice che sta dietro ad ogni partenza definitiva.

“È la tranquillità di nonno Pippino che mi manca” pensava ad alta voce Marco: “Ogni volta che si sedeva per riposare i pensieri, mi porgeva la sua tazza preferita piena di caffè e sorrideva. Faceva tutto con gesti misurati, ne sorseggiava un po’ del suo, amaro o felice, lento. Poi si fermava un istante, mi guardava e diceva sempre: basta che c’hai la pace”.

Marco aveva vissuto con quel monito per tutta la sua vita. Ciò che contava davvero forse era davvero essere in pace con se stesso e con gli altri ma, col tempo, aveva capito che era più facile a dirsi che a farsi. Poi si era ricordato di quella storiella che nonno Pippino gli aveva raccontato una domenica, mentre la nonna finiva di preparare la pasta al forno con tanta besciamella, come piaceva a loro.

 “Vedi Marcuzzu – gli aveva detto con tono solenne – il problema più grande che vedo in te e nei ragazzi della tua generazione è che spesso vivete la vita come se foste parcheggiati su questo mondo come un vecchio rimorchio senza ruote. Ora ti cuntu ‘na cosa: non molto tempo fa un uomo, mentre guidava per una strada di campagna, arrivò in un cimitero senza croci. Nel curato prato inglese c’erano centinaia di lapidi: “Michele: 5 anni, 4 mesi e 20 giorni”. “Sara: 3 anni, 11 mesi e 29 giorni”. “Francesco: 6 anni, 7 mesi e 15 giorni”. Più andava avanti, più leggeva nomi e numeri simili.

L’uomo era sconvolto, non si spiegava come mai in quel paesino morissero così tanti bambini. Così, arrivato in un chioschetto, un po’ afflitto chiese spiegazioni al proprietario. Lui gli rispose con una domanda: “Lei saprebbe quantificare quanto tempo ha davvero amato qualcuno? E quanto tempo ha utilizzato per coltivare le sue amicizie? E le sue passioni? E per quanto tempo si è sentito soddisfatto del suo lavoro?”

L’uomo si fece due conti: “Sono stato davvero innamorato per un paio di anni, ho coltivato le mie amicizie durante i tre anni di università, la mia passione per circa un anno perché poi ho iniziato a lavorare e non ne ho avuto più il tempo. E mi sono sentito davvero soddisfatto del mio impiego solamente i primi sei mesi”.

“Ecco – gli svelò il proprietario del chioschetto di campagna – se morisse in quest’istante, sulla sua lapide ci sarebbe scritto “6 anni e sei mesi” che non è la sua età, ma il tempo che ha davvero vissuto appieno la sua vita”.

La storiella, che Marco poi aveva ritrovato sul web in mille versioni diverse, gli era ancora una volta rimbalzata in testa mentre addentava un pezzettino di carne. L’adattamento di nonno Pippino per lui restava però sempre quello  migliore, quello originale. Poi ripensò agli scaffali lasciati vuoti da Babbo Natale e si disse che forse doveva partire dal primo punto della storiella: quanto tempo aveva davvero amato qualcuno?

Il pensiero andò subito a lei. Lei che va scritta con la “L” in maiuscolo, Lei che si era sacrificata per lui, Lei che si impegnava a raccontare le barzellette ma alla fine rideva sempre da sola. Lei che ha una cascata di ricci impazziti che le fanno da cornice a due occhi neri. Lei che è bella, bella da morire.

Così, in quella domenica di gennaio, un po’ malinconica e un sacco fredda, si voltò verso il frigo e dietro una calamita c’erano ancora i loro volti felici che, qualche sera prima, aveva intenzionalmente coperto. Così si vedeva solo il mare. Poteva mettere via la foto, ma non voleva: forse doveva essere Lei il suo prestabilito proposito per il nuovo anno. Con Lei viveva appieno la vita, con Lei si sentiva in pace. Cos’era successo?

Gli venne in mente che l’amore, a volte, termina così, sospeso e privo di soluzione, come quei problemi che non abbiamo fatto in tempo a risolvere sui quadernoni a quadri durante le vacanze estive. Finisce non quando smettiamo di chiedere, ma quando non arrivano più le risposte. Anni dopo magari te ne arrivano altre, a domande che non sapevi nemmeno di aver fatto, contenute in lettere che non hai mai scritto. Sono quelle le risposte che contano davvero.

La ragazza, quella della calamita , dorme di là adesso. È abbracciata ai suoi pezzettini di vita, mentre lui sta ancora seduto sul divano che riposa con i suoi. Ed è in quel momento che Marco sente che l’amore che resiste è quello grazie al quale, unendo i pezzettini di entrambi, si riesce a cucire una coperta che tiene lontano il freddo, quello vero, anche 14 anni dopo.

Roberta Gurrieri e Federica Farnisi

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