Nei centri di accoglienza musica e arte per combattere il tempo che passa lento

Il tempo non basta mai per chi in un centro d’accoglienza ci lavora, mille sono ogni giorno le cose da fare. Il tempo non passa mai se sei ospite del centro, poche sono ogni giorno le cose da fare e mille i pensieri su cui rimuginare, soprattutto se sei fuggito da qualcosa di terribile, se hai lasciato la tua famiglia e tutto quello che avevi costruito, se hai affrontato un viaggio pregando ogni momento che le onde non ti inghiottissero.

E così passano i giorni, le settimane, i mesi: aspettando che ti chiamino dalla Questura per sapere se hai avuto o no il Permesso di Soggiorno, aspettando che arrivino gli psicologi di MEDU o di Medici senza frontiere, aspettando che arrivi l’ora di pranzo e di cena o che squilli il telefonino per sapere se i tuoi cari stanno bene.

Era marzo però quando ai ragazzi fu comunicato che tre volte a settimana al centro sarebbero venute delle persone che avrebbero tenuto per loro due laboratori, uno artistico e uno musicale: come per ogni attività proposta qualcuno si dimostrò indifferente alla notizia, molti altri la accolsero con entusiasmo, curiosità e dei bei sorrisi fiduciosi.

Il laboratorio “Arte profuga” e il laboratorio musicale sono dei progetti previsti nell’ambito del Festival delle Relazioni che avevano come obiettivo quello di spronare i ragazzi a utilizzare il loro tempo in maniera creativa e costruttiva.

Per tenere lontani i pensieri negativi, per avere la possibilità di esprimere loro stessi, la pittura e il disegno si fanno elementi di una terapia che nutre l’anima e libera lo spirito perché motiva, concretamente e simbolicamente, a creare qualcosa di proprio, di unico, come a dire “Ci sono anche io, qui e ora, e lascio un segno della mia esistenza”. Così come la musica  che da sempre è mezzo per esternare e comunicare le proprie emozioni, di liberarsi e dare sfogo ai sentimenti suonando e cantando.

Questo è quello che è accaduto a Canicarao dove numerosi ragazzi si sono fatti coinvolgere da queste iniziative: hanno imparato che in fondo non è così difficile disegnare un volto o fare un ritratto,  hanno costruito percussioni con materiale da riciclo, hanno cantato e suonato tutti insieme “Redemption song” di Bob Marley che risuonando in tutto il cortile, in quel momento, sembrava più una solennissima preghiera che non una canzone reggae.

“Ti va più tardi di rispondere ad alcune mie domande sui laboratori? È per un articolo!” avevo chiesto in inglese a Harry che, entusiasta, mi disse che gli avrebbe fatto molto piacere. Avevo preparato una lista di domande da fare, avevo già la penna in mano per prendere appunti, in un certo senso volevo apparire professionale.

In realtà subito dopo la prima domanda, lo schema-intervista è subito caduto. Si è trasformato infatti in una bellissima conversazione dove, come in un inaspettato flusso di coscienza, mi veniva confessato tutto quello che in sei mesi ancora non mi era stato detto e il significato che per lui, ora, avevano assunto quei laboratori.

Un uomo di pochi anni più grandi di me, alto quasi due metri, possente, nerissimo come i suoi occhi e i suoi piccoli e curati dreadlocks. La personalità pacata, l’animo gentile pare impossibile che possano appartenere a qualcuno che è stato costretto a fuggire dal proprio Paese con ingiuste accuse, pare impossibile possano appartenere a qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle il dolore e la disumanità del percorso migratorio.

Eppure Harry è proprio così: quieto e cordiale, calmo e sempre sorridente. Nel suo Paese dipingeva, amava farlo, glielo aveva insegnato suo zio. Mi ha raccontato come per lui avere la possibilità di poterlo fare anche a Canicarao volesse dire mantenere un legame con la persona che era quando viveva in Gambia, che qualcosa di quello che era prima di arrivare in Italia c’è ancora da qualche parte dentro di lui, che quel qualcosa esiste come esiste ancora lui.

Non è rimasto nel buio e nello schifo delle carceri libiche. È ancora quella persona, con un vissuto traumatico e difficile, ma  ancora in grado di prendere in mano matita e colori e lasciare un segno di sé, ovunque lui sia.
Harry, amante della reggae, mi parla allo stesso modo della musica e il suo sorriso si allarga sempre di più, mostrando i bianchissimi denti che contrastano col nero della sua pelle; il tempo a Canicarao non passa mai perché capita che non ci sia nulla da fare, se non c’è nulla da fare hai molto tempo per rimuginare:

Penso continuamente alla situazione politica del mio Paese, non posso credere che esistano persone tanto “wicked”, malvagie. Penso continuamente a mio figlio, cosa farò dopo che andrò via dal centro. Resto in Sicilia o vado via, a Milano? Roberta, com’è Milano? E Roma? Lo troverò un lavoro lì?

Il laboratorio musicale, mi dice, lo aiuta a spegnere il cervello. Sono pensieri che non lo abbandonano da un momento all’altro, ma per un po’ riesce a lasciarsi andare, a farsi trasportare dalle armonie che più strumenti insieme riescono a creare, tanto meglio se alcuni di quegli strumenti li hai costruiti tu stesso con materiale da riciclo.

“Dobbiamo scrivere una canzone, lo sai?” mi dice emozionato. Gli rispondo di sì, gli ricordo che sia la canzone che i disegni realizzati durante il laboratorio sarebbero stati presentati al Festival delle Relazioni, che è dedicato a lui e alle persone che come lui hanno ben compreso il significato di questa parola. Mi guarda un po’ perplesso, un po’ incuriosito.

Continuo e gli dico: “Harry, stai prendendo il meglio da quello che questo centro può offrirti, che le persone che ci lavorano possono offrirti, e lo stai trasformando in qualcosa di positivo per te stesso. Sapersi relazionare con gli altri vuol dire anche saper trarre il meglio non solo dai rapporti che instauri con le persone che incontri, ma anche delle esperienze passate, imparando allo stesso tempo a valutare te stesso e i tuoi limiti”.

Sorride di nuovo, mi dice che è molto felice che io abbia trovato il tempo per parlare un po’ con lui di queste cose. Mi promette che non appena avranno scritto un pezzo della canzone me la farà ascoltare. Mi abbraccia, mi chiede se ho tutto quello che mi serve per il mio articolo , mi ringrazia: “Grazie a te Harry, ho molto di più di quello che speravo”.

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