Dall’Africa alla Sicilia, un giovane senegalese che fa gol in campo e nella vita

Cosa vuol dire andare via dal proprio Paese per cercare di costruirsi una nuova vita in un altro? Cosa vuol dire impararne la lingua da zero, comprenderne, rispettarne e farne propri gli usi, le tradizioni, i comportamenti, le leggi e le norme? È forse questo il significato della parola integrazione?

Ospite del centro di accoglienza di Torre Canicarao gestito dalla Fondazione San Giovanni Battista, Babacar Ndione è un ventunenne senegalese del quale vogliamo parlarvi perché le storie di immigrati spacciatori e stupratori di cui ogni giorno leggiamo non dovrebbero essere il solo volto dell’immigrazione che viene raccontato.

Ci sono anche altre storie, testimonianze splendide che ci dimostrano come quel che conta davvero non è da dove vieni, non è la religione in cui credi o il colore della tua pelle, ma solo la purezza della tua anima e le tue buone intenzioni.

Babacar nasce a Guereo, sulla costa est del Senegal. È alto, ha un fisico asciutto e possente che lo fa apparire quasi invincibile e sicuro di sé, in realtà è una di quelle persone che se ricevono un sincero apprezzamento s’imbarazzano e distolgono lo sguardo altrove o abbassano la testa sorridendo.

Fin da piccolo, la cosa che ha sempre amato di più fare è giocare a pallone. Racconta che in Senegal ci sono delle scuole di calcio, laggiù è uno sport molto amato e in tanti desiderano diventare dei calciatori come i grandi Pelè e Roberto Carlos. Con uno sguardo tra il nostalgico e il sognante mi racconta di averne frequentate diverse: una fino all’età di 11 anni nel suo villaggio natìo, dove viveva insieme alla madre e ai suoi fratelli e sorelle.

Scherzando mi dice che lui difficilmente riusciva a separarsi dalla palla da calcio, che lo faceva solo quando doveva andare a letto. Ancora bambino quindi si sposta a Popenguine, un villaggio non molto distante dove per tre anni frequenta una scuola che lo prepara per un’altra importante esperienza, il trasferimento a Thies, la terza città più grande del Senegal. Qui continua ad allenarsi in un centro di formazione giocando nell’importante squadra di calcio giovanile dello CNEPS (Centre National d’Education Populaire et Sportive).

A 18 anni Babacar continua a rincorrere il suo sogno calciando il pallone, non ha alcuna intenzione di fermarsi e così si sposta nella capitale Dakar e dopo essere entrato a far parte della formazione dell’ASC Jambo della quale era il più giovane calciatore, tre mesi dopo inizia la sua avventura nella AS Pikine, una famosa squadra del Senegal che gioca in quella che nel nostro campionato italiano corrisponderebbe alla serie B.

Il viaggio più importante della sua vita però Babacar lo affronta nel 2015 quando il Senegal per lui diventa invivibile. Fugge perché è difficile continuare a vivere in un posto che ti rifiuta per ragioni spesso infondate, per sospetti e accuse che non riesci a toglierti di dosso, che in Africa potrebbero diventare la causa della tua morte: “Così sono partito per la Libia, mi sono imbarcato e sono arrivato in Italia. Era luglio, lo ricordo bene”.

Babacar parla benissimo l’italiano, in meno di un anno è riuscito a raggiungere un livello alto abbastanza da riuscire a fare anche il mediatore linguistico con gli africani che parlano wolof. Al centro di accoglienza è tra quelli che si sono impegnati di più per raggiungere l’obiettivo di capire e parlare la nostra lingua al meglio:

Quando sono arrivato qui sapevo già che era importantissimo imparare a parlare la vostra lingua, sapevo che mi serviva per parlare con le persone, per farmi capire, per ascoltare quello che avevano da dirmi, per trovare lavoro. Imparare l’italiano è stato il primo passo per riuscire a integrarmi. Anche tu se vai in Senegal devi riuscire a capire qualcosa di wolof, non puoi pretendere dagli altri che ti capiscano se parli solo l’italiano. Lo stesso valeva per me quando sono arrivato in Sicilia.

Babacar parla con una maturità che lo contraddistingue da tanti ragazzi che ho conosciuto all’interno dei centri, poi gli chiedo cosa prova se pensa alla sua prossima avventura.

Organizzato dalla cooperativa Pangea in collaborazione con la Fondazione S. Giovanni Battista, la cooperativa Filotea e l’Associazione Calicantus, rEstate Insieme è il programma estivo di attività sportive e di svago che riempirà le calde giornate dei bambini della città di Comiso. Il progetto nasce dal desiderio di non voler lasciare i piccoli, una volta finite le lezioni scolastiche, ad annoiarsi per tutta la stagione estiva, ma anzi di utilizzare questo tempo in maniera costruttiva e divertente.

Nell’ambito di rEstate Insieme sono state previste anche delle iniziative che coinvolgeranno non solo i bambini, ma anche giovani come Babacar il quale è stato scelto per svolgere il ruolo di allenatore di calcio di bambini svantaggiati e bambini cosiddetti di “seconda generazione”, nati e cresciuti in suolo italiano ma figli di immigrati.

Oltre al progetto di questa scuola-calcio estiva si ripeterà anche l’esperienza dello scorso dicembre di un torneo quadrangolare di calcio a cinque al quale parteciperanno persone di diversa nazionalità e religione con il solo intento di usare lo sport come pretesto non per dividersi, ma per unirsi.

Babacar sorride e mi dice che è emozionatissimo, che lui adora i bambini e che gli ricordano tanto lui quando era piccolo. Quando gli dico che molti di quei ragazzini sono meno fortunati di altri, lui senza neanche pensarci dice:

Io sono lì per aiutarli, so cosa vuol dire soffrire. Non voglio essere solo il loro allenatore di calcio, non voglio solo che facciano gol in campo, voglio che facciano gol anche nella vita!

Nascondere la commozione non è facile, gli chiedo quindi com’è andato il primo allenamento:

È stato bellissimo, mi sono divertito tanto e anche loro. Prima ci siamo un conosciuti un po’, gli ho raccontato qualcosa di me, volevo che si fidassero da subito. Gli ho spiegato che quest’estate sarò il loro allenatore ma che per me è importante che capiscano che essere competitivi è utile per raggiungere un buon risultato, ma che è ancora più importante essere sportivi e avere dei valori. Prima di essere dei bravi calciatori devono essere delle brave persone e lo stesso cuore che mettono quando sono in campo devono metterlo anche nelle cose di tutti i giorni. Poi abbiamo iniziato l’allenamento e alla fine abbiamo fatto una partita, ero molto felice e anche i bambini lo erano  e spero che continui così.

Queste sono parole di un ragazzo che è fuggito dal Senegal giovanissimo, che è venuto in Italia con le migliori intenzioni, che quando è partito non era neanche molto sicuro di arrivarci sulle nostre coste.

Babacar vuole fare il calciatore, la sua educazione è la cosa che più lo caratterizza, la sua forza di volontà è la cosa che più lo rende ammirevole. Oggi è stato assunto dalla cooperativa Pangea di Comiso come allenatore di una squadra di bimbi che, lo ha giurato, non dovranno vedere in lui solo un mister, ma un amico del quale fidarsi e del quale imparare tante cose, non solo quelle che riguardano il calcio.

Per la fotografia si ringrazia Uccio Corallo

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