Prova a morire anche tu se invece di chiamarti Muhammad Ali ti chiami Gianluca Buonanno

Quel che non dovrebbe essere mai fatto in queste circostanze è adottare una posizione politicamente corretta, o peggio, moralista. Gianluca Buonanno era un esponente della Lega Nord, definiva i gay “pagliacci” e i rom “feccia dell’umanità”. Era uno di quelli che ci rappresentava al Parlamento Europeo e ci andava indossando a volte un burqa, a volte una maglietta col volto della Merkel coi baffetti alla Hitler.

Nel nostro di Parlamento amava presentarsi con forconi, manette, megafoni e indimenticabili spigole. Era uno di quelli che inneggiava all’autodifesa armata contro la delinquenza mostrando pistole in diretta TV. Dichiarò di voler fortificare il suo Paese con del filo spinato elettrificato per non fare entrare gli immigrati: “Li tratto come i cinghiali. Sono codardi che scappano dal loro Paese senza combattere. Nel mio Comune non entrano, li fermo con la forza”.

Perché il sindaco leghista di Borgosesia era uno che fomentava l’odio e che sicuramente alle parole amava accompagnare gesti eclatanti che sono quelli a cui molti di noi lo abbinano, e quelli per cui forse lo ricorderemo.
Iniziando questo pezzo con tale elenco, sembrerò senz’altro tesa a caratterizzare Gianluca Buonanno come tra le figure politiche peggiori della politica italiana: ma era quel che era, un uomo che rappresentava perfettamente quello che per me è sempre stata la Lega Nord, ovvero razzismo, xenofobia, chiusura mentale, eccessività e buffonate.
Io non so se Buonanno fosse un buffone eccessivo e razzista, xenofobo e chiuso mentalmente. So però che, molte volte, del personaggio che aveva scelto di rappresentare, arrivava questo.

I giudizi, gli insulti e le frasi di “non-dolore” per la sua scomparsa piovono sui social da quando le agenzie hanno battuto la notizia della sua morte a causa di un incidente stradale. Io mi sento un po’ comprensiva e un po’ perplessa allo stesso tempo perché se ci fermiamo un attimo a riflettere, quel che davvero dovremmo fare è renderci conto di essere tutti completamente schiavi dei nostri umani sentimenti. Dai più positivi a quelli negativi.

Quando Berlusconi nel 2013 ebbe quel malore durante il consiglio nazionale di Forza Italia, vero o no che fosse (perché tutti arrivati ad un certo punto dubitiamo di tutto), ricordo perfettamente come non provai neanche un minimo di dispiacere o compassione. Conoscendomi, avrò pensato anche qualcosa come “Oh finalmente”.

Oggi però, tre anni più grande e con qualche esperienza in più sulle spalle, non mi viene da pensare quella stessa cosa o “Uno un meno”. E non perché sia molto più Peace&Love di come non lo fossi anni fa, o perché voglio dimostrare di essere una persona migliore di quelli che godono alla notizia della morte di un altro essere umano.

Oggi non penso “Chi se ne fotte se Buonanno è morto, gli sta bene” perché non è facile morire quando per tanti sei una persona di merda. Non fraintendetemi, ve ne prego, ma se sei Nelson Mandela o Muhammad Ali puoi starne certo, morendo, solo dieci su mille gioiranno della tua scomparsa perché hai vissuto la tua vita in modo che gli altri ti prendessero come esempio, ti ammirassero e capissero che forse davvero, vivere per unirci e non per dividerci, è la strada giusta da seguire.

Non è il caso di Buonanno, che era un uomo lontano anni-luce da quello in cui credo e dalla linea politica che seguo. Era però un uomo libero: libero di avere i suoi ideali, di lottare per ciò che per lui era importante, di mostrarsi all’Italia e al mondo per quel che era o per quel che la sua posizione lo costringeva, forse, ad essere.

Dalle mie parti si dice spesso “Mischinu cu ‘arresta”, ovvero “Povero chi rimane”. Nel senso che Gianluca Buonanno all’età di cinquanta anni è morto e le persone per le quali dispiacersi davvero sono forse quel che gli stavano intorno, che sono ancora vive. E non parlo di colleghi Salvini vari ed eventuali. Parlo dei suoi figli, della moglie, dei genitori magari.

Questi nei prossimi giorni ascolteranno rituali frasi di cordoglio ma saranno costretti anche ad affrontare un’altra realtà, quella della scomparsa del loro papà, figlio o marito che in realtà dalle 19.00 circa di questo pomeriggio, non tutti ricordano con affetto e ammirazione.

Io mi metto nei loro panni, per un attimo, e mi dispiaccio per loro. Hanno perso un marito, un padre, un figlio che magari poteva essere il migliore o il peggior marito, padre e figlio del mondo. Questo noi non lo sappiamo e non siamo tenuti a saperlo. Semplicemente molti di noi avrebbero preferito che lui, a volte, se ne fosse stato zitto.

Forse mi sbaglio, ma adesso credo che il turno di stare zitti sia il nostro. Tu lo sai quando morirai? No, ecco. Allora sarà il caso di vivere così da non far gioire nessuno quando moriremo. Oppure coerenti con noi stessi, vivere difendendo ideali per molti indifendibili.

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