Canicarao, cinque mesi dopo

Svolgo il mio Servizio Civile in uno di quei posti che mi verrebbe da definire cangiante, come i colori. Perché la natura e la bellezza che lo circondano lo rende uno di quei luoghi nei quali il tuo stato d’animo cambia in base alla situazione meteorologica, che quando piove e fa freddo ti gela un po’ l’anima perché i ragazzi stanno tutti chiusi dentro, infreddoliti, a ripararsi. Che quando fa buio ti rattristi parecchio perché sono loro a tenere vivo quel posto. Ma, credetemi, quando c’è il sole l’anima si riempie.

Era una di quelle giornate a Canicarao poco tempo fa, non caldissima, ma bella da morire. Avevo appena terminato la lezione di lingua italiana, i ragazzi aspettavano che arrivasse il pranzo ed io stavo lì, accanto a loro, a guardare uno degli operatori fare avanti e indietro per il grande cortile con un foglio e una penna in mano. Di tanto in tanto si fermava, parlava con qualcuno e correva via a cercare qualchedun altro.

Io sapevo cosa stava facendo, all’interno del centro d’accoglienza è uno di quei momenti a cui io non riesco a non dare un peso e un valore: è il momento in cui si comunica che la Commissione Territoriale si è finalmente pronunciata, è il momento in cui finalmente puoi andare in Questura e conoscere il risultato.

Gli ospiti dei centri d’accoglienza, una volta sostenuta l’audizione con la Commissione, attendono per settimane/mesi quattro possibili esiti: il riconoscimento dello status di rifugiato politico, il riconoscimento della protezione sussidiaria, il riconoscimento della protezione per motivi umanitari oppure il diniego, ovvero il non-riconoscimento di alcuna forma di protezione.

Neanche a dirlo, quest’ultimo è la cosa che più li spaventa, l’eventualità che non li fa dormire la notte, che li rende fragilissimi, anche se magari pesano novanta chili e sono alti due metri.

La loro vita al centro scorre così, aspettando questa risposta. Avrò o non avrò il documento? Se mi daranno il permesso di soggiorno quanto potrò rimanere? Due anni? Cinque anni? E se non me lo danno? Dove vado? Cosa faccio? Io non posso tornare a casa, non posso. Vorrei, ma non posso.

L’attesa

É lunga. Spiegare i tempi della burocrazia è difficile. A malapena riusciamo a capirla noi, eppure loro aspettano, crogiolandosi tra la speranza e la rassegnazione. Quando poi Marco va in giro per il cortile correndo qua e là e spiega che domani si va a ritirare il responso della Commissione, vedi l’espressione del loro volto cambiare: è quasi finita, tutte le paure dei mesi trascorsi dallo sbarco ad ora si accumulano però in un solo attimo in un’espressione incredula, un po’ terrorizzata ma di chi ci crede e spera con tutte le proprie forze.

Quel giorno questa comunicazione è stata fatta ad alcuni dei ragazzi in mia presenza. Si sono voltati verso di me, uno di loro mi ha abbracciato e mi ha detto “Ma sœur , je crains”, “Sorella mia, ho paura”.

“Pregherò per te” gli ho detto così, senza pensare. Non so cosa, non so chi pregherò, gli spiriti che governano l’universo, Dio, Allah, Shiva o chi per loro e ne fa le veci. Non ho parlato io, in quel momento ha parlato il mio cuore e il mio cuore con tutti i suoi battiti voleva che la risposta fosse positiva.

Dovendo svolgere il servizio in maniera, per così dire, professionale non dovrebbero neanche sfiorarmi lontanamente questi pensieri. Dovrebbe importarmene poco ma non ne sono capace. Non se li vivi tutti i giorni, non se conosci anche solo alcune delle loro storie.

A Canicarao quel giorno splendeva un sole bellissimo. Quel giorno a Canicarao, chi non è stato chiamato dalla Questura per ritirare il risultato chiedeva “Anything about me?”. Quelli che l’hanno ricevuta facevano nervosamente avanti e indietro davanti alla porta dell’ufficio, parlavano al telefono, fissavano il vuoto.

Uno di quelli che avrebbe aspettato ancora è però andato dal suo migliore amico, lo ha abbracciato e con un sorriso bellissimo in italiano gli ha detto: “Tranquillo fratello, ti danno cinque anni!”. Si sono stretti forte e si sono dati una pacca sulla spalla. Uno faceva coraggio all’altro, gli ha fatto un augurio splendido, gli ha augurato il massimo della durata di un permesso di soggiorno.

Guardateli con i miei occhi

Non so perché io abbia scelto di raccontarlo. Nei centri di accoglienza questa è normale amministrazione. Volevo solo umanizzare ai vostri occhi questi ragazzi. Alcuni hanno la mia età, alcuni sono dei ragazzini, altri sono adulti.

Volevo per un attimo che li guardaste con i miei occhi: persone che sono fuggite da qualcosa che non sempre, ma quasi, è terribile. Persone che si porteranno addosso per tutta la vita segni, visibili e non, di un percorso migratorio efferato e disumano. Persone che ad oggi sognano, come buona parte di noi, in una svolta, in una bella notizia che possa cambiare la vita, che faccia sperare in bene.

Dunque, lungi da me voler fare la morale, vi prego, magari quando incontrate qualcuno di questi ragazzi per strada, prima ancora di pensare che al 90% quello sarà proprio uno di quelli che viene a portarvi via il lavoro, la donna e magari anche la borsetta, vi prego di nuovo, anche solo per un attimo, guardateli con i miei occhi. E poi, alla fine, fermatevi un attimo e riflettete.

Venite a conoscerli i ragazzi di Canicarao, entrate nei centri di accoglienza, non sono delle carceri. Date una possibilità a questi ragazzi di farsi conoscere. Date una possibilità a voi stessi.

Rispondi