Solidarietà a passi di danza

Durante lo spettacolo La danza del cuore avete ascoltato la voce di Nicoletta Sciarrino che vi ha raccontato le storie di Yussuf, della piccola Hope, di Maria, dei due gemellini Dotto e Kurwa che sono solo alcune tra le decine di cui avremmo potuto parlare. Tra le più significative perché sono storie di neonati.

Maria è arrivata in orfanotrofio durante la mia seconda settimana di permanenza in Tanzania. È con lei che sono stata al Bugando (l’ospedale) per la prima volta: il suo viso rimarrà sempre nella mia mente come quello della bimba che, al suo arrivo, ingenuamente, pensavo fosse in salute per il suo aspetto pienotto mentre poi ho dovuto fare i conti con una realtà ben diversa: era stata esposta al virus dell’HIV e la malnutrizione le stava creando una serie di altri problemi.

La prima sensazione che quel giorno ho provato è stata d’impotenza, poi mi sono sentita stupida per la mia impreparazione, per aver anche solo pensato che l’aspetto all’apparenza sano della piccola potesse dimostrarne l’effettiva salute. Dopo ancora mi sono sentita sconfortata, e per un attimo ho creduto di non potercela fare.

Quando sei lì accanto a loro, accanto ai bambini, e li accarezzi con le tue mani, e li abbracci, e ci giochi, e li rimproveri perché stanno facendo i monelli, tra gli altri stati d’animo che ricordo bene di aver provato c’era il senso di colpa: io sono qui CON loro, ma cosa sto facendo PER loro?

Non sono arrivata a Mwanza con acqua, cibo, medicine in abbondanza per tutti, non ho una cura per l’AIDS, sono stati già abbandonati una volta e io piombo nelle loro vite, per un po’ sarò una presenza quotidiana e ad un certo punto andrò via per ritornare in Italia e la mia quotidiana presenza diverrà una quotidiana assenza: l’altra faccia del volontariato, quella in un certo senso egoista, di cui nessuno parla, a cui nessuno pensa.

E dopo di me ci sarà un altro volontario che farà la stessa cosa, e un altro, e un altro ancora. Ma poi ho capito, ci è voluto un po’, il tempo di comprendere un’altra sfaccettatura dell’amore, quella che sento ogni volta che ripenso ai piccoli di Hisani.

Io sono stata lì con loro per un po’ di tempo che non mi sembrerà mai abbastanza: tutti i giorni mi ripeto e mi ripetono che anche solo esserci stata per loro avrà significato moltissimo, in un luogo dove i normali gesti di affetto che noi tutti abbiamo, ad esempio, per i nostri bambini il giorno del loro compleanno, in un istituto come quello di Hisani non sono così scontati, perché spesso, se non sempre, non si sa neanche quando i bambini siano nati.

Ho compreso però che oggi, quello che io posso fare anche se non sono più fisicamente accanto a loro, è essere testimone: testimone di una situazione che nel 2015 non è una trovata mediatica, come qualcuno una volta mi ha detto.

Davvero nei luoghi più poveri dell’Africa una febbre può essere fatale, davvero esiste ancora la pellagra, davvero non c’è acqua, non c’è cibo. Malnutrizione e denutrizione sono ancora oggi tra le prime cause, insieme all’AIDS, di disabilità fisiche e cognitive dei bambini. Malnutrizione e denutrizione sono ancora oggi tra le prime causa di mortalità infantile.

La danza del cuore

Lo sentiamo dire spesso, a maggior ragione durante il periodo natalizio, “basta il pensiero” ma oggi più che mai, dopo essere stata in Africa quello che mi viene di dire è che non basta solo ed esclusivamente il pensiero.

Ieri, posso dirlo, con la mia testimonianza e quella di Nicoletta, insieme all’aiuto di Renata Guastella e le sue allieve di DanzaXdire siamo riuscite a raggiungere un risultato importante: di questi tempi in cui è più facile diffidare di chi ti dice che un’iniziativa è per beneficenza, siamo riuscite a dare valore alla parola solidarietà e questo lo dobbiamo senz’altro a chi ieri sera è venuto ad assistere a questo spettacolo di danza del cuore, e col cuore. 

Grazie mille a nome di tutti i piccoli di Hisani, il vostro aiuto sarà prezioso.

 Per le fotografie si ringrazia Gianni Licitra

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