Crescere brave persone per rendere il mondo un posto migliore in cui vivere

Oggi è nato Sergio. Sergio è il figlio di Dario, mio cugino più grande di me di quattro mesi. Da piccoli giocavamo insieme in mezzo agli alberi di arance del nonno, a Pedalino; nel giardino di casa sua ci lanciavamo le onde energetiche e lottavamo contro nemici incredibilmente malvagi e potenti, lui si chiamava sempre Jack, o Kevin.

Io ho un ricordo sbiadito a riguardo, ma senz’altro anche il mio sarà stato un nome veramente figo e tanto tanto americano. Ma il punto non è questo, il punto è Sergio. E come Sergio tutti i bambini che nasceranno in questi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi o anni.

Io ci ho riflettuto abbastanza ultimamente e ogni volta che ho letto un articolo, alcuni dei vostri post su Facebook, ho guardato il telegiornale e mi sono incazzata e commossa davanti a un’inchiesta delle Iene, il pensiero più ricorrente e non sempre dissimulato è stato uno: “È un mondo di merda, io non vorrei mai che mio figlio nascesse in un mondo così”.

“Esisto, quindi devo pagare le tasse”

Ma ritorno al nostro piccolo Sergio. I cuccioli umani solitamente nascono dalla testa, lui invece fino all’ultimo non si è voltato e io ci ho ironizzato molto su questa cosa. Stava al calduccio, protetto e al sicuro, io pure al suo posto ai medici avrei mostrato il culetto come per dire: “Oh io voglio stare qua!”. Mi piace immaginarlo già consapevole del fatto che in Italia ogni bimbo che nasce ha già un debito nei confronti dello Stato, della serie “Esisto, quindi devo pagare le tasse”.

Tra queste e le altre cose, gli attentati a Parigi e in generale lo stato di allerta in cui perennemente i media ci costringono a vivere negli ultimi anni mi hanno messo nella condizione di pensare davvero che questo non è un mondo sicuro per un bambino, che io da mamma non riuscirei forse mai a vivere serena.

Ma oggi, quando mi hanno detto che Sergio era finalmente nato, quando ho sentito la voce commossa di Dario-Jack, è stato un attimo: in fondo il mondo non può fermarsi, non possiamo smettere di avere figli. La speranza è nelle nostre mani ed è nei nostri piccoli che dobbiamo riporla: esistiamo per lasciare traccia di noi su questa Terra?

E allora credo che oggi, invece di grandi scoperte scientifiche e di nuove monete virtuali, abbiamo bisogno più che mai di crescere brave persone. Il mondo non possiamo cambiarlo e mentre ero in Africa questo mi è apparso più chiaro che mai. Possiamo però provare a migliorare noi stessi.

Non dare consigli, sii un esempio

Possiamo insegnare ai nostri figli a essere delle belle persone in un mondo che, ora più che mai, non sembra poi tanto bello. Non potremo assicurare loro che andrà sempre tutto bene, non potremo dire “Ti prometto che non ti succederà mai niente!” perché, come dice Dory al papà di Nemo, è una promessa troppo bislacca, non si può fare in modo che non capiti mai niente perché dovrebbero non fare mai niente.

Certo, dopo Parigi, qui in Europa andare allo stadio o al ristorante o a un concerto o in metro, sembra diventata un’attività a rischio: ma le stragi ci sono sempre state, il mondo non è diventato un posto pericoloso dopo l’11 settembre o dopo il 13 novembre.

Il rischio che una normale giornata si trasformi nella peggiore di tutta la nostra vita c’è sempre stato e ci sarà sempre, e su questo noi non abbiamo il controllo, e non può essere sempre a causa del terrorismo.

Ci siamo noi e tutto quello che ci circonda, dalle persone alle cose. E dopo di noi verranno i nostri figli ed è un nostro dovere mostrare loro il mondo per quello che è. Ma è anche un nostro dovere dire: “Ecco, tesoro, ora tu cosa pensi di poter fare per renderlo migliore?”

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