Nakupenda Africa

Quando qualcuno mi chiedeva “E dopo la laurea che cosa farai?” la risposta era sempre una: “Andrò in Africa”. Chi mi conosce bene sa da quanto tempo desiderassi partire, perché lo volessi così tanto: non so se capita a tutti quelli che una volta diplomati scelgono di andare a studiare lontani da casa propria, ma per anni ho avuto la sensazione di non avere più un luogo dove potermi sentire completamente a casa. Ovunque fossi, Ragusa (dove sono nata) o Pisa (dove ho abitato negli ultimi anni), qualcosa mancava.


Ma prima o poi si trova il proprio posto nel mondo, giusto? E lasciare la Tanzania mi ha spezzato il cuore perché tornare per me è stato come abbandonare troppo presto l’unico posto dove, dopo tanto tempo, mi sono sentita di nuovo con l’anima riempita: nonostante la sensazione d’impotenza di fronte alle mille cose che non puoi cambiare perché non sei arrivata dall’Italia con la cura per l’AIDS e cibo e acqua in abbondanza per tutti, nonostante le mille contraddizioni interne che ogni giorno mi si palesavano davanti, la bellezza dalla quale ero circondata era talmente tanta che laggiù io bastavo a me stessa perché il viaggio che stavo facendo era alla scoperta dell’Africa fuori da me e all’interno di me, dei miei limiti e delle mie possibilità.

Bellezza

E la bellezza era nel percorso che facevo tutti i giorni in mezzo alla savana tra la casetta dove abitavo e l’istituto; era negli occhi scuri degli abitanti del villaggio che incuriositi sembrano sempre sorprendersi della presenza dei bianchi/muzungu; era persino nel DallaDalla, il furgoncino-autobus che ti porta fino in città e su cui avevo il terrore di salire a causa della guida giusto un po’ anarchica dei tanzaniani, ma a cui ti abitui presto.

La bellezza era nelle donne e nei bambini che si emozionavano un sacco quando noi bianche andavamo a farci fare le treccine e quasi diventava una festa e una presa di coscienza per me che i piccoli che avevano la capacità di rubarmi il cuore non stavano solo dentro l’orfanotrofio, ma anche al di fuori; era nel parrucchiere per uomo che era l’unico in tutto il villaggio che ascoltava reggae a tutto volume a qualunque ora del giorno.

La bellezza era nel lago Vittoria, negli aironi e nelle aquile, nelle lucertole fucsia e blu; la bellezza era Mama Letizia, che è stata la mia mamma africana; la bellezza era Nicoletta che, paziente, mi ha spianato la strada ed è stata una guida, una compagna e un’amica preziosa.

“Ti cambia la vita”

Quello che fino ad ora ho pensato di scrivere, ora che ho lasciato Mwanza da qualche settimana, rasenta molto le testimonianze un po’ retoriche e apparentemente banali di chi prima di me ha vissuto questo continente per un mese o per dieci anni: “Ti cambia la vita”, “Impari a guardare tutto con altri occhi”, “Penserai sempre di volerci tornare”, “Ti sembrerà che il tempo che hai trascorso lì non sia stato mai davvero abbastanza”.

Buffo e forse anche un po’ patetico, ma effettivamente queste cose fino ad ora le ho pensate tutte. Nel modo più spontaneo possibile: in che modo ti cambia la vita? A livello pratico se scegli di vivere in un villaggio in mezzo alla savana dove le strade sono fatte di fine terra rossa, dove galli, galline, tacchini, capre, vacche e cani convivono insieme ai lati delle “strade”, in mezzo a un verde incessante e rigoglioso dove sorgono umili casette e sparsa qua e là anche qualche villa di taluni benestanti abitanti (a proposito di quelle contraddizioni interne).

Da una comoda realtà occidentale, consciamente e volontariamente catapultata in una in cui manca la luce un giorno sì e l’altro pure, così come l’acqua calda, dove impari a coabitare con insetti volanti e non, dove ti imponi un coprifuoco che a luglio è tassativo intorno alle 18.30/19.00 quando tramonta il sole e cala il buio sul villaggio, un buio che ti avvolge insieme alle stelle numerosissime e luminosissime, così vicine che pare di poterle toccare così come le nuvole la mattina quando ti svegli coi chicchirichì, ed eri andata a dormire col suono dei djembe.

Pare sia normale al di là dell’equatore, eppure, quando, appena scesa dal piccolo aereo che da Dar es Salaam mi ha portato a Mwanza, alzando per la prima volta gli occhi al cielo non mi è parso per nulla normale, e la mia bocca è rimasta aperta come quella di una persona che realizza di aver messo piede sul suo sogno.

Hisani

E impari davvero a guardare tutto con altri occhi, gli occhi che per me erano quelli dei bambini di Hisani. Dopo tre giorni di viaggio, passando prima per il Qatar e per Dar es Salaam dove sono rimasta più o meno dodici ore ad aspettare l’altro aereo per Mwanza, il tempo di realizzare che quello era il villaggio, che quella sarebbe stata la mia casa, ero sulla strada per andare lì dove ho lasciato il mio cuore: non penso dimenticherò mai l’immagine che mi si è presentata davanti.

Bussando a un enorme cancello in ferro, sentendo da fuori il vocio di bimbi, una volta entrata pensavo fosse vuoto; non poteva essere. Infatti pochi secondi dopo ecco sbucare da ogni angolo un sacco di bimbi: le parole non bastano per descrivere quello che ho provato in quel momento, non bastano per descrivere la bellezza di quei sorrisi, l’esplosione di sensazioni dentro di me.

Con la semplicità di chi sapeva già che io ero senz’altro lì per loro, alcuni si attaccavano al mio marsupio, mi studiavano le mani, i capelli e il tatuaggio sul polso, i miei braccialetti di stoffa, uno di loro mi ha preso la mano per portarmi in giro, poi si è fermato, mi ha guardato rigorosamente con la manina in bocca, ha proteso le braccia verso il mio collo, ha fatto un paio di saltellini e così lo avevo già preso in braccio. Io e Dotto non ci siamo più separati, fin quando non è arrivato il giorno di andare via.

Lui e il fratellino gemello Kurwa sono per me la metafora di un continente che, se non abbandonato a se stesso, può riprendersi e ricominciare: arrivati tre anni fa ad Hisani, il loro stato di denutrizione era talmente grave che si pensò al peggio ma la dedizione, la forza di volontà e l’amore di chi li ha curati e assistiti ha permesso ai piccoli, Kurwa purtroppo con maggiori problemi del suo fratellino, di recuperare e comunque diventare due adorabili monellini.

Potrei scrivere pagine e pagine e pagine su ogni giorno trascorso coi bambini: sulla mia paura di stare loro antipatica, di non riuscire a comunicare, a farmi capire e capirli, sul timore di non essere in grado di rapportarmi in modo adeguato coi bambini malati o con terribili storie alle spalle, di non essere all’altezza di una realtà tanto diversa da quella che fino ad allora avevo conosciuto. Paure concrete sì, ma che via via svanivano perché con loro ogni giorno era diverso, pieno, vissuto fino in fondo con spontaneità.

Sento ancora nelle mie orecchie le canzoncine che amano tanto intonare, ricordo la loro candida pazienza nell’insegnarmi un po’ di swahili mentre io provavo a spiegare qualcosa in italiano, ripenso ai lunedì in cui li facevo disegnare e colorare e ai loro volti timidi quando, una volta terminato, venivano a regalarmi le loro creazioni e in quasi tutte c’era scritto Robi nakupenda ovvero “Robi ti voglio bene” con intorno cuoricini, farfalle e bellissimi fiori.

Ricorderò l’affetto, i baci e gli abbracci, tutto l’amore che Dotto, Kurwa, Sada, Herietti, Sharo, Sunday, Masham, Amina, Nurudin, Pendo, Edo, Nuru, Hope, Jussuf, Maria, Janet, Rashidi, Levota, Michenghe, Ibra e tutti gli altri piccoli sono riusciti a tirare fuori da me.


Ma più di ogni altra cosa non scorderò mai tutto l’amore che ho ricevuto e che non avevo il diritto di pretendere.

Comparso sul sito dell’Associazione Filippo Astori

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